Disfluenze, Balbuzie
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Disfluenze

Disfluenze e balbuzie

L’OMS (1977) definisce la balbuzie “un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà”.

La comparsa di fenomeni disfluenti nel parlare nella prima infanzia sono molto comuni. Numerose ricerche sostengono che molti bambini incorrono in un periodo di disfluenza mentre imparano a parlare, quando cioè stanno acquisendo padronanza del linguaggio e si trovano nella necessità:

  • di decidere sulla trasposizione di pensieri in parole
  • di scegliere le corrette strutture grammaticali
  • di produrre correttamente suoni e parole.

La maggior parte dei bambini le risolve spontaneamente, ma un piccolo numero finisce per imboccare la strada che li farà comportare e diagnosticare come balbuzienti.

La balbuzie “ha natura intermittente e multidimensionale, poichè appare condizionata da variabili di natura socioculturale, psicologica, fisiologica e genetica, e come tale può essere descritta a molteplici livelli (Murray, 1980).

Le ricerche internazionali sulla balbuzie, soprattutto quelle statunitensi, sono particolarmente ricche di risultati sperimentali che descrivono bene il disordine ma non riescono a spiegarlo, né tantomeno forniscono strumenti per predirlo e controllarlo.

E’ certo che la balbuzie interessa circa l’1% della popolazione mondiale (tasso di prevalenza), ma circa il 5% ne ha sofferto in qualche misura nel corso della sua vita (tasso d’incidenza).
La differenza tra i due tassi è spiegabile con l’alta percentuale di remissione, spontanea o tramite terapia. La scomparsa spontanea interessa 3 bambini su 4 ed avviene a distanza di 12-18 mesi dal momento dell’insorgenza.

Le ricerche di tipo genetico fanno ritenere che la balbuzie venga trasmessa per via genetica, e anche se il meccanismo di trasmissione resta sconosciuto, il tipo di legame parentale e il sesso contribuiscono a determinare le probabilità che un bambino cominci a balbettare e forse anche quelle del suo recupero.

Le ricerche epidemiologiche evidenziano che, per il 75 % dei soggetti colpiti da balbuzie, l’insorgenza può essere individuata fra i 18 e i 41 mesi (età media 32 mesi), quando, cioè, le abilità linguistiche, cognitive e motorie del bambino sono interessate da un rapido processo di maturazione e sviluppo.
E’ inoltre descritta una scomparsa virtuale dopo i 12 anni.

Il bambino a rischio di balbuzie si distingue dai coetanei non balbuzienti per le seguenti caratteristiche:

  • commette più di 10 disfluenze ogni 100 parole;
  • le disfluenze sono in maggior parte ripetizioni e/o prolungamenti di foni o sillabe, nelle ripetizioni spesso ripete più di due 2 volte la stessa unità.

Quando queste disfluenze sono prodotte con durate irregolari, con un brusco arresto di ciascun elemento, con segni di tensione muscolare, spesso accompagnati da tremore e/o da immobilizzazione delle posture articolatorie, e subentrano sentimenti di frustrazione e comportamenti di evitamento o fuga da parole e/o situazioni che creano difficoltà, allora il bambino si è già avviato in un percorso che lo porterà a diventare balbuziente conclamato. Si tratta di problemi soprattutto di ordine motorio. I problemi psicologici, quando sono presenti, si instaurano di conseguenza come reazione e/o adattamento a una lunga serie di fallimenti comunicativi.

Se le cause restano ancora sconosciute, le conseguenze della balbuzie possono compromettere la comunicazione linguistica a tre livelli (applicando l’International Classification of Imparments, Disabilities and Handicaps, WHO, 1993):

  • Menomazione, da identificare nella disfluenza, causata da deficits o disfunzioni (ancora sconosciuti) dei sistemi motorio e sensorio alla base della produzione verbale.
  • Disabilità, da attribuire a eventi percettivi e fisici associati alla disfluenza, che coinvolgono anche sistemi somatici non direttamente partecipanti alla produzione verbale.
  • Handicap, risultante dagli effetti negativi prodotti dalla disabilità sulla capacità individuale di comunicare verbalmente in modo normale e che condizionano lo sviluppo personale, l’esperienza educativa, la scelta professionale e la funzione sociale.

Allo stato attuale, in letteratura sono presenti numerosi studi che si propongono di valutare l’attività cerebrale nei soggetti balbuzienti.
I risultati di questi studi evidenziano che i processi cerebrali relativi alla produzione del parlato (di tipo semantico, sintattico, fonologico e articolatorio) sono fortemente compromessi nel balbuziente. Quasi tutti gli studi evidenziano anomalie nell’attivazione di alcune regioni cerebrali (per es. la corteccia prefrontale e frontale) e del cervelletto, e tutti hanno riportato differenze tra i balbuzienti e i controlli per la lateralizzazione cerebrale . Nei balbuzienti, infatti, l’emisfero destro è più attivo rispetto ai non balbuzienti.
Purtroppo le attuali tecniche di neuroimaging evidenziano le aree coinvolte nella produzione del parlato, ma non contribuiscono a definire il processo.

La terapia

Per quanto riguarda l’intervento terapeutico , si inizia con la valutazione, finalizzata alla diagnosi e alla classificazione di gravità.

Si cerca di identificare le condizioni che mantengono o acuiscono il disordine, e la misura in cui il balbuziente ricorre a condotte di evitamento o fuga dalle situazioni temute. Uguale importanza riveste la ricerca di prerequisiti al trattamento ( la maturità e sensibilità del soggetto, risposta alle diverse tecniche d’instaurazione della fluenza, reale motivazione, disponibilità al cambiamento, eventuale appoggio della famiglia).

L’inserimento in terapia prevede che il terapista sia in grado di padroneggiare un buon numero di tecniche, per poter scegliere quella più adatta al disordine del paziente e alla sua personalità.

Tradizionalmente si contrappongono almeno due scuole di pensiero, quella basata sul “modellamento della fluenza”, e quella basata sul “balbettare più fluentemente”.
Con la prima, preferita da logopedisti e psicologi, il comportamento disfluente viene modificato manipolando le sue conseguenze, utilizzando tecniche esplicite e misurabili inserite in programmi di complessità crescente, allo scopo di arrivare ad utilizzare un parlato libero da disfluenze.
La seconda, più seguita dagli psicoterapeuti, ha come obiettivo di portare il balbuziente a conoscere meglio il suo disturbo riducendo le condotte di fuga e i sentimenti negativi ad esso associati.

La fluenza “a tutti i costi” non rappresenta l’obiettivo principale. Si può tollerare un livello minimo di balbuzie, se il balbuziente ci convive bene.

Ci sono, tuttavia, alcuni obiettivi terapeutici minimi che riscuotono il consenso dei terapeuti di diverse scuole:

  • riduzione della frequenza degli episodi di balbuzie, e la riduzione della loro gravità e anormalità, senza però incrementare la frequenza di comportamenti che non fanno parte della normale attività verbale.
  • riduzione delle condotte di fuga
  • rimozione o riduzione di quei processi di apprendimento individuale che, nell’interazione comunicativa, possono generare, mantenere o esacerbare gli episodi di balbuzie. A questo riguardo, la terapia dovrebbe comprendere anche il counseling verso le persone che vivono o partecipano alla vita del balbuziente.